Ritorno da New York (1997)

Partire la sera, attraversare rapidi la notte andando incontro al mattino. L'eccitazione di questo pensiero mi accompagna come un felice presagio. New York, il “JFK”, gli Stati Uniti, mi salutano senza scomporsi sotto l'ala inclinata dell'aereo che vira cabrando dolcemente, poi: l'oceano. É una “magia” dell'uomo che ci tiene sospesi nell'aria "nonostante" quei giganteschi cilindri di metallo appesi sotto le ali. L'atlantico, in prossimità della costa, s'increspa come un mare qualunque mostrando qua e là bianchi spruzzi di schiuma. Le barche, le navi, si fanno sempre più piccole. Saliamo fra le nuvole finche divengono una morbida distesa bianca sotto di noi.
Si, babbo, ti sento più che mai vicino quando guardo le nubi. Mi capita da quando te ne sei andato. Morto è una parola dura e disperata che pronuncio a fatica anche dentro di me. Non vado mai sulla tua tomba, al cimitero. Trovo anche la parola "cimitero" particolarmente infelice. Queste “ci”, “erre”, “ti” ed “emme” assemblate in modo da richiamarmi lo squallore di certe ciminiere annerite di fuliggine e concluse da un'altrettanto nera "o" di "morto"…

Mi capita spesso di "sentirti" quando le nuvole compaiono nel cielo e disegnano splendidi e inumani spettacoli. A te che dipingevi quei cieli e quelle nuvole con amore e perizia credo non dispiacerà che sia proprio quello il luogo privilegiato dei nostri incontri.

"Fin che ci saran nuvole sopra Torino sarà bella la vita".
(Cesare Pavese)
In questo primo viaggio americano non ho portato con me ne macchina fotografica ne videocamera. Non mi va di confondermi con un qualunque turista. Dentro di me alcuni compagni di viaggio speciali. Primo: mio padre, la cui apparizione ancora mi scioglie le mucose del naso e rende improvvisamente liquidi i miei occhi. Poi Cesare Pavese, ponte d'unione fra me, mio padre e l'epoca lontana della sua gioventù "torinese", fra me e l'america, fra me ed il dolore, fra me e la poesia. Compagno mai studiato ma incontrato, per caso, in adolescenza, come certi grandi amori. Con me anche un libro: "Ecce homo" di Nietzsche. Il motivo? Tanti, per chi non si rifugia nella facile inconsapevolezza della "casualità". Uno, di cui so al momento della scelta: mio padre aveva intitolato così uno dei suoi ultimi quadri. Altri, che scoprirò solo nel momento del ritorno in cui mi accingo a leggerne qualche pagina. Strane coincidenze nello scrivere d’un uomo all'apice della consapevolezza e ad un passo dalla follia. Ancora Torino città prescelta dal destino di Nietzsche come di Pavese come di mio padre.
Trentasei, gli anni di cui egli parla sottolineando la crisi tremenda, fisica e psichica, che segnò "l'inverno peggiore della.. (sua).. vita". Trentasei anni l'età in cui suo padre morì. Trentasei sono i miei anni al momento di questo viaggio a New York e, scoprirò in seguito, l'età di una profonda crisi personale che ho potuto "guardare" solo quando il dolore si è fatto insostenibile.

Cosa porto con me in questo ritorno?

L'aereo vola sicuro nella notte, io attraverso sicuro la notte, la notte mi attraversa con la sensualità d’una musica mai sentita. Cosa porto con me in questo ritorno? L'iperstimolazione visiva d’una metropoli brulicante di vite frettolose e insignificanti ad animare come formiche Avenues e Streets. Vite orizzontali in una selva verticale: come larve di mosca che s'agitano nel cadavere d’un Dio. Che cosa porto con me in questo ritorno?
L'orgoglio. La risposta all'incertezza che mi accompagnava come una vecchia madre troppo preoccupata e timorosa delle mie scelte. L'orgoglio di sapermi unico e speciale. L'orgoglio di scansare con decisione, anche se ancora irritato, i discorsi di chi ti vuole ridurre alle sue stesse patetiche misure. L'orgoglio di riconoscermi finalmente come unica misura possibile delle cose che mi circondano: nel bene e nel male, al di là di ciò che può essere definito giusto o sbagliato. L'orgoglio di riconoscermi il diritto d’essere così come sono, senza aspettare che qualcun altro, chiunque altro, debba giungere a riconoscermi.
Il "sette quattro sette" naviga nel buio a 900 Km orari, oltre 10.000 metri più giù: l'oceano Atlantico. "Sospeso nel vuoto", penso, l'eccitazione ancora s’impadronisce di me ed io lascio che m’attraversi, fluida e calda come il sangue, irrefrenabile come l'emozione, incontenibile come l'inconscio. Così la mia vita: un'esperienza piena, intensa, esaltante, di cui la gente, gli altri passeggeri, non riesce a godere. Chi perché troppo occupato ad avere paura, chi perché con la mente é già all'arrivo e così si perde il tempo del viaggio, chi perché sta ancora alla partenza coi propri pensieri e ricordi, chi perché si é ormai “abituato”.
L'abitudine, questo vestito troppo stretto che ci impedisce prima i movimenti, poi la crescita, infine di respirare!
La notte all'improvviso si colora delle chiare luci dell'alba. É scomparsa la stella che accompagnava, brillante e immobile, i miei pensieri notturni. Ora ci tuffiamo nelle nuvole col mio cuore che ride della paura di quel nuovo salto nel nulla. I giovani francesi seduti accanto a me, inebetiti dall'alcool, dormono ignari mentre io, io solo, sto volando in mezzo alle nubi!
La costa europea si fa sempre più vicina, Amsterdam mi accoglie come appena svegliata, placidamente distesa sul suo letto d'acqua e di terra.

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